Parliamo (e sparliamo) dei clienti… è l’idea di Virtubuzz

Il cliente ha sempre ragione. O quasi. Chi lavora come piccolo imprenditore o libero professionista sa bene che spesso avere a che fare con i clienti può essere molto arduo.

Un buon cliente è chi rispetta gli impegni e riconosce la bontà del servizio offerto. Ma non sempre è così.

Partendo da questa constatazione Andrea Ragno e Maurizio Miggiano hanno fondato Virtubuzz, una community in cui i fornitori di prodotti e servizi possono “dare i voti” ai loro clienti.

L’obiettivo non è quello di creare una lista nera dei clienti dai quali stare alla larga ma, al contrario, di “dare a Cesare quel che è di Cesare” premiando i buoni clienti e assegnando materialmente un punteggio.

Il sito è molto giovane e al momento conta quasi 7500 iscritti di cui circa 4000 con profilo completo aziendale.

The Hub Roma: scambio, condivisione e sviluppo di progetti

Hub” in inglese significa connessione, punto d’incontro, ed è questa l’esperienza di Hub Roma, uno spazio virtuale e piattaforma di scambio d’idee e progetti innovativi.

The HubIl Manifesto lo definisce come “un acceleratore d’impresa, un incubatore di start-up, un club esclusivo, un think-tank”.

Uno dei “comandamenti” del network è la collaborazione e l’incontro tra competenze ed esperienze per la crescita di un progetto e degli individui, attraverso la creazione di rapporti collaborativi e di scambio informativo.

Chi sono gli Hubber? I contaminatori dell’innovazione sociale, così come recita sempre il Manifesto di The Hub Roma. Si tratta di individui forniti di competenze e di idee per generare il cambiamento e progettare modelli di impresa sostenibili, competitivi, attraenti.

Le parole chiave sono:

-         Innovazione

-         Apertura

-         Indipendenza

-         Inclusione

-         Condivisione

-         Sostenibilità

-         Creatività

-         Redditività

 In questo senso The Hub viene definito più che il progetto, il veicolo dell’innovazione. Un’ottima esperienza per contribuire attivamente allo sviluppo di start-up e idee di business innovative e fertili.

Un modello israeliano per le start up italiane

Ebbene sì, l’Israele è stata definita come la Startup Nation. Ha spiegato perché Shlomo Maital, direttore del Technion Institute of Management israeliano e alcuni dati sembrano abbastanza chiari, per esempio il fatto che il 23% dei laureati ha creato almeno una start up e che solo lo scorso anno sono state fondate 530 start up in Israele.

Per l’Italia, invece, i dati sono abbastanza preoccupanti e la colpa sembra essere soprattutto la burocrazia, causa dell’87esimo posto della nostra nazione per innovazione aziendale.

Secondo Maital i giovani italiani avrebbero lo stesso spirito di quelli israeliani e sarebbe possibile esportare il modello di Israele anche in Italia.

Ruolo fondamentale dovrebbe averlo l’università che, invece di tenere gelosamente tra le sue mura giovani ricercatori e potenziali innovatori, dovrebbe creare un collegamento più stretto con il mondo aziendale in cui sperimentare scoperte e idee.

I danni del Social Media Marketing: il caso di Trenitalia

Usare i social network come strumento di promozione online e nello specifico di marketing, non è poi così semplice come si crede.

Proprio perché i social network (Facebook e Twitter) sono fatti da utenti, la reputazione online di un brand dipende essenzialmente da come esso viene recepito da persone “attive”, capaci di agire sensibilmente sull’immagine del brand.

A questo proposito, ho letto un articolo molto interessante su Tech FanPage, in cui viene raccontato il flop di Trenitalia e dell’iniziativa #meetFS.

Secondo la rivista, il tentativo di usare Twitter come strumento per avvicinare gli utenti più influenti al mondo delle ferrovie italiane (soprattutto visti i recenti cambiamenti dati dalla nascita del Nuovo Trasporto Viaggiatori e del più noto treno Italo), più che giovare all’azienda si è rivelata una specie di boomerang.

Posto l’encomiabile tentativo da parte delle Ferrovie dello Stato di svecchiare la propria comunicazione usando il web, per creare un rapporto più diretto e ravvicinato con gli utenti, a quanto pare l’azienda ha fatto un errore grossolano: non ha mascherato troppo il carattere palesemente pubblicitario dell’iniziativa. E non solo…

Con la stessa potenza con cui celebra, la rete può anche uccidere se maneggiata in maniera errata, ed aprire un altro fronte di comunicazione con gli utenti dopo che tutti quelli preesistenti si sono da sempre dimostrati inutili (chiunque di voi è a conoscenza della situazione dei trasporti nel nostro paese) è sicuramente la maniera migliore per fare incetta di critiche ed offese” (Tech FanPage).

Il lancio dell’hashtag #meetFS è stato seguito da numerosissimi tweets e commenti circa le condizioni quasi disumane in cui versano i passeggeri dei treni: non sono mancate immagini che denunciavano il sovraffollamento dei veicoli e le classiche lamentele sui ritardi e sull’esiguità del numero dei treni e dei collegamenti. Insomma: più che promozione, distruzione di un brand.

In cosa ha sbagliato quindi Trenitalia? Probabilmente non si è messa dalla parte degli utenti, che non stanno cercando un dialogo, ma servizi migliori e più soddisfacenti, dal punto di vista anche economico.

Questo per dire che, anche se la rete ci ha messo in mano degli efficacissimi strumenti di promozione, innanzitutto, se si decide di usarli, bisogna farlo bene e in modo attento, pena la reputazione e l’immagine online della propria azienda (a questo proposito segnalo un evento promosso dal Centro di Formazione RomaExplorer: due giornate full immersion di Corso di Social Media Marketing, in replica da settembre in poi).

Poi c’è un altro punto su cui soffermarsi: chi l’ha detto che usare i social network come strumento pubblicitario sia obbligatorio? A volte non solo non è obbligatorio, ma farlo può risultare addirittura deleterio. Tutto dipende dai propri obiettivi. I social media si prestano per raggiungere i vostri?

La ricerca di eBay: il web è donna

Se dovessimo attribuire un sesso al web sarebbe sicuramente donna. L’ha detto eBay, noto sito di commercio e annunci online, che, dopo aver notato un notevole incremento di inserzioni al femminile, ha deciso di capirne di più e di capire il rapporto tra le donne e il web.

Quali sono le loro principali attività online? La ricerca prende il nome di Women’s Generation 2.0.
Il risultato?

Secondo eBay le donne che usano il sito di acquisti lo fanno principalmente per:
-    trovare lavoro
-    far conoscere la propria attività imprenditoriale
-    fare acquisti approfittando della convenienza.

Lo studio si è svolto seguendo due tematiche: Donne e lavoro e Donne straniere in Italia. Sono venuti fuori dei casi concreti come la storia di Gabriella che ha creato una base online dove vendere i pezzi unici di alcuni artigiani di cui si è fatta promotrice, oppure quella di Anna, appassionata di moda e cucina, che ha creato un blog in cui propone ricette simili ai vestiti. Quando si dice il “gusto per la moda”…

Tra gli esempi di Donne straniere in Italia c’è la storia di Hiroko, giovane mamma giapponese, che grazie a eBay ha comprato tutto il necessario per il suo bambino, ha trovato una babysitter e diversi lavori. Poi c’è Barbara, designer brasiliana: con eBay ha trovato diversi lavori e collaborazioni dopo un master in design ed è riuscita a promuovere e vendere scatole di design realizzate da lei.

Piccole storie di vita che hanno portato eBay annunci a definire un genere per la rete: sicuramente in rosa.

Donne e web: facciamo il punto della situazione

Un interessante articolo de La StampaDonne e fantasia – Ecco i nuovi lavori” affronta un tema a me molto caro: le potenzialità della Rete e della tecnologia nell’ottica della realizzazione personale e professionale femminile.

La testata parla di Women’s Generation 2.0, ovvero di una nuova generazione di donne caparbie e sicure delle proprie capacità nella realizzazione di idee di business, che, in assenza di finanziamenti, inventano e promuovono attività via Internet.

L’81% delle ragazze tra i 22 e i 32 anni usa Internet per la posta, i gruppi d’acquisto, l’e-commerce, il 45 lo trova un buon sistema per fare impresa. E di idee di business di successo grazie al Web ce ne sono molte.

Demò Sempre Meglio esserciSi racconta storia come quelle di Viola Damiani, trentenne romana, che ha fondato Demò Sempre Meglio esserci, Sara Root, digital pr, Barbara Labate, di Risparmiosuper, che permette di fare la spesa confrontando i prezzi.

Si continua con Gabriella Somaruga, 49 anni, informatica e imprenditrice: il suo progetto si chiama «Toc» (Talenti d’Origine Controllata) e parte da un’idea di business etico al femminile.

Sono delle storie semplici, che partono da idee (o necessità) altrettanto “piccole”, a testimonianza che, imparando a sfruttare gli strumenti che la Rete ci offre, calibrandoli in base alle nostre ambizioni e intenzioni, possiamo realmente e concretamente realizzarci a livello professionale. Ed essere soddisfatte del nostro lavoro.

Nel segno di Minerva: trenta protagoniste dell’imprenditoria femminile italiana

Antonio Barrella è l’autore del volume “Nel segno di Minerva”, che raccoglie degli scatti di trenta donne in carriera, manager e imprenditrici.

Nel segno di MinervaIl volume è stato realizzato dalla NEDE Comunication & Publishing, società di divulgazione culturale, in collaborazione con il Comitato per la Promozione dell’Imprenditorialità Femminile della Camera di Commercio di Roma.

Tra le imprenditrici e manager ritratte ci sono Eleonora Moccia proprietaria del brand di calzature che porta il suo nome, Roberta Angelini dell’Azienda movimento terra, Ida Benucci dell’omonima galleria romana e Francesca Patania titolare di un’impresa che si propone di lavorare materiali da riciclo.

Un omaggio alle donne che investono nel proprio lavoro contribuendo allo sviluppo economico italiano, come ha affermato anche Alberta Parissi, presidente del Comitato per la promozione dell’imprenditorialità femminile di Roma e provincia.

«L’imprenditoria femminile è un’opportunità per le donne di avere maggiore rispetto della meritocrazia, negata, nella migliore delle ipotesi sottostimata, in molti altri settori del lavoro e della politica. L’intraprendere, inoltre, è connesso indissolubilmente al senso di responsabilità. Questi due elementi per le donne a mio avviso sono legati all’etica, al rispetto per l’ambiente, per i diritti, all’attenzione verso la qualità della vita, alla necessità di bilanciare il tempo lavoro e il tempo privato. La loro sintesi può produrre un modello di equilibrio che tutti auspichiamo.»

Informatici Senza Frontiere ONLUS ed imprenditoria femminile: intervista ad Anna Giannetti

Anna Giannetti è Responsabile Comunicazione di Informatici Senza Frontiere Lazio, progetto finalizzato all’alfabetizzazione informatica nelle situazioni di disagio. Rappresenta anche l’esperienza di una donna che è riuscita a raggiungere una posizione elevata nel campo della tecnologia, al di là della cultura italiana, forse ancora arretrata, che non conferisce alle donne che ricoprono ruoli di questo tipo la giusta importanza.

Informatici Senza FrontiereCome nasce Informatici Senza Frontiere ONLUS e con quale obiettivo? Informatici senza frontiere nasce alla fine del 2005 da un gruppo di manager veneti che lavorano nel settore informatico, che ha deciso di mettere le proprie conoscenze in un aiuto concreto contro il digital divide. È la più grande Onlus italiana di volontariato informatico che ha come primo obiettivo quello di utilizzare conoscenze e strumenti informatici per portare un aiuto concreto a chi vive situazioni di povertà, emarginazione e difficoltà. Per noi fondatori e soci volontari di “Informatici senza Frontiere”, l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresenta un prerequisito essenziale allo sviluppo economico e sociale: è un bene comune di primaria necessità. Paradossalmente, nei paesi sviluppati esiste un grande spreco di tecnologia: hardware ritenuto obsoleto ma anche conoscenze informatiche inutilizzate. Con Informatici Senza Frontiere realizziamo progetti in Italia e nei paesi in via di sviluppo per cercare di superare questo paradosso, offrendo l’opportunità di conoscenza dell’informatica e i vantaggi che anche una semplice tecnologia può portare a realtà come ospedali, carceri, case di accoglienza e scuole.  Ci occupiamo di offrire corsi e strumenti di alfabetizzazione informatica e realizziamo piccoli sistemi informativi  che permettono, con poche risorse e in completa autonomia, un miglioramento nella gestione delle operazioni basilari e quotidiane, nella comunicazione tra gli utenti, nell’accesso alla conoscenza. Alla loro installazione spesso accompagniamo lo sviluppo di software specifici, open source e di utilizzo semplice, come nel caso di Open Hospital, che permette la gestione delle operazioni quotidiane di piccoli ospedali rurali, oggi installato in più di dieci realtà in tutto il mondo. Oggi Informatici Senza Frontiere conta undici sezioni regionali e più di 300 soci e socie, informatici e non, che contribuiscono alla vita dell’associazione.

Parlando di donne e impresa, quali sono le concrete possibilità e agevolazioni di cui possono godere le donne che decidono di mettersi in proprio? La tematica Donne e Impresa è molto sentita a Roma e a tale fine è stato costituito dalla Camera di Commercio di Roma un Comitato per la Promozione dell’Imprenditorialità Femminile con i seguenti obiettivi:

·         valorizzare e sostenere le attività imprenditoriali delle donne sul territorio, esprimendo nel contempo un importante segnale di apertura alla città ed una volontà di integrazione con attività ed iniziative già realizzate da altri soggetti;

·         dare un’attuazione originale ed innovativa al protocollo d’intesa Unioncamere- MSE, configurando la Capitale come città-guida, come laboratorio per la progettazione di nuove esperienze, all’avanguardia nelle attività di promozione dell’imprenditoria femminile e dell’occupazione in genere.

Il Comitato individua e promuove le azioni e gli strumenti più idonei per migliorare e moltiplicare concretamente le opportunità per le donne di realizzare attività di impresa, contribuendo anche alla diffusione di quella cultura imprenditoriale necessaria alla crescita ed al consolidamento delle iniziative. Il Comitato si propone inoltre come punto di riferimento per le imprenditrici e le aspiranti imprenditrici, offrendo spazi di rappresentanza per esigenze e fabbisogni dell’imprenditoria femminile sul territorio, creando occasioni di confronto tra le diverse modalità di conciliare lavoro e vita familiare, fornendo uno stimolo alla creazione di informazioni, servizi e opportunità su misura per le donne creatrici d’impresa. Dall’inizio dell’anno è stato lanciato il Progetto “Percorsi imprenditoriali al femminile: cultura d’impresa e mentoring”, finalizzato alla promozione ed al sostegno dell’imprenditorialità, della creazione e dello start-up di nuove imprese, attraverso l’attivazione di servizi integrati di informazione, orientamento, formazione, assistenza tecnica ed accompagnamento. Inoltre, il Progetto intende promuovere e diffondere l’attività di “orientamento al ruolo imprenditoriale” sin dall’educazione scolastica. Il Progetto, che si inserisce nell’ambito delle attività promosse dalla Camera di Commercio di Roma e dal Comitato per l’imprenditoria femminile, è rivolto ad aspiranti imprenditori/imprenditrici e alle nuove imprese, in particolare alle imprese a titolarità femminile, e prevede una serie di iniziative di informazione, formazione ed assistenza secondo un modello di Mentoring in modalità Blended Mentoring (combinazione di contatti vis-à-vis e a distanza).

Come viene percepita in Italia una donna che riveste un ruolo tecnico importante in azienda? La mia personale esperienza, prima come donna dirigente di impresa privata e ora come titolare di impresa nel settore delle nuove tecnologie ICT, è quella che in Italia per una donna è molto difficile avere riconoscimenti sia per quanto riguarda la propria esperienza di lavoro, professione e di carriera sia per quanto riguarda la propria esperienza di vita come moglie, madre, figlia e soggetto di cura. Lo sviluppo integrato sia professionale che di realizzazione in quanto donna non è in alcun modo agevolato in azienda se si pensa che i nidi aziendali sono una rarità che merita ancora una notizia sul giornale o in TV. Il lavoro di cura di bambini, familiari e anziani non riesce infatti ancora a trovare la sua valorizzazione e riconoscimento. I percorsi di carriera dentro le aziende, soprattutto quelle a carattere tecnico, sono ancora fatti su misura delle necessità maschili e non sono assolutamente facili da percorrere per una donna. Io ad esempio ho viaggiato moltissimo per lavoro all’estero e questo ha sicuramente avuto un enorme impatto sulla mia vita privata! Le promozioni poi, soprattutto quella a dirigente d’azienda, sono rare e in ogni caso, anche nel caso si ottengono, gli stipendi sono sempre inferiori come riportato in recenti statistiche. Inoltre la cosiddetta quota rosa nei Consigli di Amministrazione secondo cui i Cda delle aziende quotate in borsa dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 e da un terzo dal 2015, proposta di legge che era già stata approvata dalla Camera il 2 dicembre 2010 e modificata dal Senato il 15 marzo 2011, è ormai realtà, ma di fatto il regolamento della CONSOB è arrivato solo in data 8 Febbraio 2012 – con Delibera n. 18098 – ma si è ancora in attesa e sono molti coloro che sono pronti a scommettere che la legge sarà aggirata almeno all’inizio! La associazione AIDDA, Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti di Azienda, affiliata alla Femme Chefs d’enterprises mondiale,  si occupa proprio per statuto di far emergere la consapevolezza del valore etico e culturale della libera iniziativa e sviluppare il ruolo economico, sociale e politico della imprenditoria femminile, nonché incoraggiare e sostenere una significativa presenza della donna negli organi decisionali presso i poteri pubblici e privati ed utilizzare tutte le risorse disponibili per promuovere azioni di sostegno per lo sviluppo dell’imprenditoria femminile.

Quali competenze servono per sviluppare un business sfruttando la rete? La rete è un sistema molto complesso che necessita di solida competenza professionale nel settore specifico e di grande agilità nel proporsi con tutti i nuovi strumenti social e e-commerce. Pertanto le competenze più richieste sono quelle di Business Model o Revenue Model, senza il quale non ha senso sviluppare un business sulla rete, quelle di Social Marketing per sviluppare la propria base di clientela e quella di Social CRM (Customer Relationship Management) per assistere la clientela in tutte le fasi della transazione sul web. Oggi il sito vetrina non basta più alle imprese, è necessario sviluppare un concetto di HUB, ovvero di snodo che aumenti la fidelizzazione della propria clientela e di servizi al corredo che siano al tempo stesso economici e affidabili. Va poi curata in modo quasi “maniacale” la qualità dei propri prodotti e servizi e la propria classificazione sui motori di ricerca. Inoltre, con le miriadi di siti che propongono agli utenti di collaborare nei giudizi sui diversi prodotti e servizi, è altrettanto necessario sorvegliare la propria reputazione in rete ed effettuare periodici monitoraggi.

Anna Giannetti è stata recentemente intervistata dal Corriere della Sera.

Informatici Senza Frontiere – Corriere della Sera

Start-up al femminile: l’esperienza di B.e Quality

Un progetto molto interessante e attuale. Un’idea di business di successo. Tutta al femminile. Pilar Morales racconta di B.e Quality e di cosa significhi essere imprenditrice in Italia.

B.e Quality

Cosa è Be-Quality e come è nato il progetto? B.e Quality è una linea di abbigliamento che ha come valore principale la Qualità: usiamo la migliore Qualità di Cotone, la Confezione è fatta a livello sartoriale con grande attenzione ai dettagli, Qualità della vita seguendo i principi del lavoro etico e sostenibile, sia per l’essere umano che per l’ambiente. Ogni capo B.e è pensato per durare nel tempo, riducendo gli ‘scarti’ nell’ambiente. Per cui il Design, nonostante sia molto attuale, non passa di moda: è un capo Sempre Verde.

Come è stato recepito dal mercato italiano? Molto bene, con grande entusiasmo, nonostante la crisi. Anzi, magari proprio per la crisi, la gente è più attenta ad un bene di maggiore qualità e che dura nel tempo. Da segnalare che il nostro approccio al mercato è un approccio ‘personale’, spieghiamo ai clienti il concetto dietro la nostra linea e quando toccano il materiale (usiamo un cotone 100%, con una morbidezza simile alla seta, e che anche al lavaggio in lavatrice rimane uguale), ne sono ancora più colpiti. Questo lo facciamo nelle fiere in cui partecipiamo, nelle presentazioni che facciamo presso i Gruppi di Acquisto o presso negozianti.

Come imprenditrice donna, ha riscontrato delle difficoltà ad avviare il suo progetto? Se sì, quali? L’imprenditore deve fare e sapere di tutto: Produzione, Marketing, Qualità, Acquisti, Amministrazione, Finanza, Risorse Umane, Commerciale, ecc… L’Italia si dimostra una nazione maschilista e per questo ho trovato moltissime difficoltà, perché sembra che come donna tu sia meno credibile e debba dimostrare le tue competenze con più fatica. E in questo settore io stessa sono arrivata a credere di non avere certe capacità importanti per fare l’imprenditore. Questo credo sia la cosa più limitante in assoluto: quando non credi in te stessa.

In Italia, qual è la percezione nei confronti di una donna che ricopre ruoli professionali di rilievo? La mia esperienza da Responsabile Controllo Qualità e successivamente da Consulente per Sistemi di Qualità e Ottimizzazione dei Processi Industriali (sempre nel settore tessile) è sempre stata una lotta, molto frustrante all’inizio. Proprio per il fatto di essere donna, in tantissimi casi, sia con fornitori, sia con colleghi, sia con datori di lavoro, sei percepita come una persona che non è detto che abbia ragionato o conosca l’argomento, per cui non sei ascoltata in partenza, né informata di cose importanti. Finché non dimostri in modo eclatante le tue competenze, oppure tiri fuori i denti! Per me questa è sempre stata la parte più difficile del mio lavoro. Ma alla fine ho sempre ottenuto ottimi risultati!

Cosa consiglierebbe, infine, a chi ha intenzione di avviare una start-up? Innanzitutto di credere ciecamente nel progetto: i sacrifici da fare e le montagne da scalare sono tante e solo se ci credi avrai le motivazioni per superarle. Bisogna andare sempre avanti, senza mollare mai. Credo che se si riesce a tenere duro nei momenti  più difficili e si va avanti con determinazione ci siano buone possibilità di farcela! Poi bisogna darsi continuamente degli obiettivi, informarsi, studiare, appoggiarsi a persone più esperte in ogni settore, aggiornarsi. Altro consiglio è quello di ascoltare i collaboratori, i clienti e i fornitori: c’è sempre da imparare!

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Tre donne ai vertici dell’High-Tech: succede in America

Tre storie di business “tecnologico” al femminile: Ginni Rometty (Ibm), Meg Whitman (Hewlett-Packard) e Ursula Burns (Xerox).

Ginni Rometty

Ginni Rometty

Rappresentano le imprese americane più tecnologiche al mondo e sono dei validi esempi di come le donne possano raggiungere la propria gratificazione personale e professionale anche in un settore, come quello della tecnologia e della rete, considerato tipicamente maschile. E ricoprono il loro ruolo anche in maniera eccellente.

Meg Withman

Meg Withman

Negli Stati Uniti, diciotto dei cinquecento maggiori gruppi industriali sono diretti da donne.

Ginni Rometty è l’ultima arrivata ed è il primo CEO donna di Ibm e ha già ottenuto dei risultati non indifferenti: nei primi nove mesi del 2011, l’80% del fatturato complessivo, pari a 77,4 miliardi di dollari (59,8 mld euro), è arrivato dai servizi e dal software.

Ursula Burns

Ursula Burns

Meg Whitman, invece, nel settembre scorso ha preso il controllo di Hp, mentre Ursula Burns è amministratore delegato di Xerox ed è la prima afroamericana a essere entrata nel gruppo dei responsabili delle cinquecento maggiori aziende stilato dalla rivista.